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Blog · Temi Storici · 13 Luglio 2026

PSICOFARMACOLOGIA: Che cosa è? Qual è la sua storia? Qual è il suo presente?

Che cos’è davvero la psicofarmacologia? Dalle sostanze sedative al litio, dalla clorpromazina ai nuovi target: storia, limiti e presente di una disciplina.

La psicofarmacologia ha un problema di immagine.

Per alcuni è la parte più scientifica della psichiatria: recettori, trasportatori, enzimi, curve dose-risposta, concentrazioni plasmatiche. Per altri è il luogo in cui la psichiatria smette di ascoltare e comincia a prescrivere. Per altri ancora è un catalogo: antidepressivi per la depressione, antipsicotici per la psicosi, stabilizzatori per il disturbo bipolare, benzodiazepine per tutto il resto.

Tutte e tre le rappresentazioni contengono qualcosa di vero. E tutte e tre, prese da sole, sono profondamente sbagliate.

La psicofarmacologia non è la scienza delle pillole. È la disciplina che studia che cosa accade quando una sostanza capace di modificare il sistema nervoso incontra un organismo, una mente, una storia clinica e un contesto. Studia l’effetto medio nei trial e la risposta imprevedibile del singolo. Studia ciò che il farmaco fa al cervello, ma anche ciò che il corpo fa al farmaco. Studia efficacia, tollerabilità, interazioni, aderenza, aspettative, dipendenza, sospensione, uso improprio e significato della prescrizione.

È chimica, farmacologia, neuroscienze e medicina clinica. Ma è anche una pratica relazionale, perché nessuno assume un farmaco nel vuoto. E nessun medico lo prescrive davvero nel vuoto, anche quando finge di farlo.

Per capire che cosa sia oggi la psicofarmacologia bisogna quindi fare una cosa che raramente facciamo: guardare da dove arriva. Perché la sua storia non è una marcia lineare dalla superstizione alla precisione. È una storia di osservazioni fortunate, errori produttivi, entusiasmi eccessivi, interessi industriali, rivoluzioni vere e promesse non mantenute.

Prima della psicofarmacologia c’erano già le sostanze psicoattive

Gli esseri umani modificano farmacologicamente coscienza, dolore, sonno, paura ed energia da millenni. Oppio, alcol, cannabis, preparati vegetali contenenti alcaloidi, sostanze allucinogene e stimolanti precedono di molto la medicina scientifica. Sono stati usati come rimedi, rituali, strumenti di controllo, piacere, anestesia e fuga.

Ma usare una sostanza psicoattiva non significa ancora fare psicofarmacologia.

Perché esista una disciplina servono almeno tre cose: una sostanza definita, un bersaglio clinico ragionevolmente riconoscibile e un metodo per distinguere l’effetto del trattamento dal decorso spontaneo, dall’aspettativa e dalla suggestione.

Nell’Ottocento la psichiatria cominciò a disporre di sostanze più standardizzate. I bromuri furono usati come sedativi e anticonvulsivanti. L’idrato di cloral, introdotto come ipnotico nel 1869, rese possibile produrre sonno farmacologico senza ricorrere necessariamente all’oppio. Paraldeide, scopolamina e miscele sedative entrarono negli istituti psichiatrici. All’inizio del Novecento arrivarono i barbiturici: potenti, affidabili nel provocare sedazione, ma gravati da una finestra terapeutica stretta, dipendenza e rischio letale in overdose.

Il bersaglio, però, era ancora soprattutto il comportamento visibile: dormire, calmarsi, smettere di agitarsi. Non si trattava la psicosi, la mania o la depressione come sindromi specifiche. Si sedava la persona che le manifestava.

Questa distinzione è fondamentale. Un farmaco può ridurre un sintomo perché cura un processo patologico, perché interrompe un circuito che lo sostiene, perché sopprime una funzione necessaria a esprimerlo o semplicemente perché seda. La psicofarmacologia nasce davvero quando comincia a interrogarsi su quale di queste cose stia accadendo.

1949: il litio e un’ipotesi sbagliata che produce un risultato giusto

Una data possibile per l’inizio della psicofarmacologia moderna è il 1949. In quell’anno lo psichiatra australiano John Cade pubblicò sul Medical Journal of Australia il lavoro Lithium salts in the treatment of psychotic excitement.

Cade cercava una sostanza tossica ipoteticamente presente nelle urine dei pazienti maniacali. L’ipotesi fisiopatologica era sbagliata. Per rendere solubile l’acido urico negli esperimenti su animali usò urato di litio e osservò un effetto sedativo. Provò quindi il carbonato di litio su pazienti con eccitamento maniacale e descrisse miglioramenti che non assomigliavano alla semplice narcosi.

Questa storia viene spesso raccontata come una favola sulla serendipità. In realtà contiene già quasi tutta la psicofarmacologia.

C’è un modello biologico imperfetto. C’è un’osservazione inattesa. C’è il passaggio, oggi eticamente inaccettabile in quella forma, dall’animale all’uomo. C’è una risposta clinica evidente. C’è un farmaco con indice terapeutico ristretto, quindi inseparabile dal monitoraggio. C’è infine la necessità di trasformare un’osservazione in evidenza riproducibile: il lavoro successivo di Mogens Schou e di altri ricercatori avrebbe sottoposto il litio a studi controllati e ne avrebbe definito il ruolo nella mania e nella prevenzione delle recidive.

Il litio resta, ancora oggi, un monumento alla modestia scientifica. È uno degli strumenti più solidi della terapia del disturbo bipolare, ma il suo meccanismo clinicamente rilevante non è riducibile a un singolo recettore. Richiede dosaggio plasmatico, valutazione renale e tiroidea, attenzione a sodio, idratazione e interazioni. È una molecola semplice che costringe a una medicina complessa.

1952: la clorpromazina cambia il reparto psichiatrico

Se il litio apre la porta, la clorpromazina la spalanca.

La molecola nasce dalla chimica delle fenotiazine e dalla ricerca di antistaminici utili in anestesia. Henri Laborit osservò che la clorpromazina produceva una particolare indifferenza agli stimoli senza determinare necessariamente perdita di coscienza. Nel 1952, a Parigi, Jean Delay e Pierre Deniker ne riconobbero l’effetto nei pazienti psicotici e maniacali.

Non era semplicemente un nuovo sedativo. Deliri, allucinazioni, agitazione e disorganizzazione potevano ridursi senza che il paziente dovesse essere mantenuto in uno stato di sonno profondo. Il paesaggio dei reparti cambiò. Pazienti prima difficilmente gestibili divennero trattabili, dimissibili, raggiungibili da altri interventi.

È qui che nasce la cosiddetta rivoluzione psicofarmacologica.

Ma le rivoluzioni producono anche i propri miti. La clorpromazina non svuotò da sola i manicomi. La deistituzionalizzazione dipese da politiche sociali, riforme legislative, organizzazione territoriale, trasformazioni economiche e culturali. Il farmaco rese possibili percorsi prima impensabili; non costruì automaticamente i servizi necessari a sostenerli.

E soprattutto non era una cura senza prezzo. Parkinsonismo, acatisia, distonie, discinesia tardiva, iperprolattinemia, sedazione e effetti autonomici mostrarono presto che modificare un sistema cerebrale non significa colpire selettivamente il sintomo desiderato.

La parola neurolettico, letteralmente qualcosa che “afferra” il sistema nervoso, raccontava quel prezzo meglio della successiva parola antipsicotico.

1957: la depressione diventa farmacologicamente trattabile

Negli stessi anni, due strade molto diverse portarono ai primi antidepressivi.

L’iproniazide era un farmaco antitubercolare. Nei reparti in cui veniva somministrato si osservò che alcuni pazienti diventavano più attivi, socievoli e vitali. La molecola inibiva le monoamino-ossidasi. Nel 1957 furono presentati i primi risultati nel trattamento della depressione, aprendo la strada agli IMAO.

L’imipramina, invece, era stata sviluppata cercando una molecola simile alla clorpromazina per trattare la schizofrenia. Roland Kuhn la provò in pazienti psicotici e non ottenne ciò che si aspettava. Notò però un miglioramento particolare nei pazienti con depressione grave. Nel 1957 pubblicò le prime osservazioni; nasceva la classe degli antidepressivi triciclici.

Due farmaci nati per tutt’altro. Due effetti clinici osservati prima che il loro meccanismo fosse compreso. Due scoperte che avrebbero generato, a posteriori, la teoria monoaminergica della depressione.

Questo ordine temporale conta: prima arrivano i farmaci, poi l’ipotesi sui neurotrasmettitori. Non abbiamo scoperto una carenza di serotonina e costruito una molecola per correggerla. Abbiamo scoperto molecole che modificavano i sintomi depressivi e da quelle azioni abbiamo inferito il possibile coinvolgimento delle monoamine.

Il meccanismo d’azione di un trattamento non coincide con la causa di una malattia. L’acido acetilsalicilico riduce la febbre, ma la febbre non è una carenza di aspirina. Allo stesso modo, il fatto che un inibitore della ricaptazione della serotonina possa essere antidepressivo non dimostra che la depressione sia, in senso semplice, un deficit di serotonina.

Questa confusione ha prodotto decenni di comunicazione pubblica mediocre. E continua a farlo.

La serendipità non è fortuna: è saper vedere un dato che contraddice l’ipotesi

Litio, clorpromazina, iproniazide e imipramina sono spesso descritti come scoperte casuali. Anche il clordiazepossido, capostipite delle benzodiazepine commercializzato nel 1960, emerse da una storia chimica non lineare. Ma “casuale” è una parola pericolosa.

Il caso produce un evento inatteso. La scoperta richiede che qualcuno lo riconosca, lo separi dal rumore, formuli una domanda e lo sottoponga a verifica.

Kuhn cercava un antipsicotico e trovò un antidepressivo perché non considerò il fallimento nella schizofrenia come la fine dell’esperimento. Laborit vide nella particolare indifferenza prodotta dalla clorpromazina qualcosa di diverso dalla sedazione. Cade interpretò un risultato che non confermava la sua ipotesi originaria.

La psicofarmacologia moderna nasce dunque da un gesto profondamente scientifico: permettere al dato di cambiare la domanda.

Oggi celebriamo la progettazione razionale di farmaci su bersagli molecolari. È un progresso reale. Ma la storia ricorda che un bersaglio plausibile non garantisce un farmaco efficace, mentre un farmaco efficace può precedere di decenni una spiegazione soddisfacente del suo funzionamento.

Dal comportamento alla sinapsi: dopamina, serotonina, noradrenalina, GABA

Negli anni Sessanta e Settanta la psicofarmacologia cambia scala. Non osserva più soltanto ciò che accade al paziente; prova a misurare ciò che accade alla sinapsi.

Gli studi di Arvid Carlsson sulla dopamina, le ricerche su reserpina, L-DOPA e neurolettici, e successivamente le tecniche di binding recettoriale contribuirono a mostrare che la potenza clinica degli antipsicotici era correlata alla loro affinità per i recettori dopaminergici D2. La farmacologia dei triciclici e degli IMAO alimentò le ipotesi monoaminergiche della depressione. Le benzodiazepine portarono al sistema GABAergico. Il litio spinse verso secondi messaggeri, enzimi e plasticità cellulare.

Per la prima volta, i sintomi psichiatrici sembravano collegabili a sistemi neurochimici manipolabili.

Fu un passaggio enorme. Consentì di classificare le molecole, progettare nuovi composti, prevedere alcuni effetti avversi, capire le interazioni e costruire modelli sperimentali. Ma produsse anche una tentazione riduzionista: trasformare correlazioni farmacologiche in spiegazioni complete della sofferenza mentale.

La dopamina è essenziale per comprendere l’azione antipsicotica, ma la schizofrenia non è semplicemente “troppa dopamina”. Il sistema serotoninergico è coinvolto nella risposta a numerosi antidepressivi, ma la depressione non è una singola lesione serotoninergica. Il GABA spiega una parte dell’azione delle benzodiazepine, non l’esistenza dell’ansia umana.

I neurotrasmettitori non sono emozioni liquide. Sono sistemi di segnalazione distribuiti, dinamici, dipendenti da circuito, regione, recettore, tempo e stato dell’organismo.

Quando diciamo che un farmaco “aumenta la serotonina” stiamo comprimendo una cascata di eventi in uno slogan. Può essere utile per iniziare una spiegazione. Diventa falso quando crediamo di averla conclusa.

Il farmaco costringe la psichiatria a imparare a misurare

L’arrivo di molecole apparentemente efficaci pose un problema nuovo: come dimostrare che funzionavano davvero?

Nel secondo dopoguerra il trial randomizzato e controllato stava diventando il metodo di riferimento della medicina. La psicofarmacologia dovette adattarlo a oggetti difficili da misurare: deliri, rallentamento psicomotorio, angoscia, impulsività, anedonia, funzionamento sociale.

Servivano criteri diagnostici più riproducibili. Servivano scale di gravità. Servivano placebo, cecità, randomizzazione, endpoint e tempi di osservazione. La Hamilton Depression Rating Scale, la Brief Psychiatric Rating Scale e, più tardi, la PANSS non furono semplici strumenti amministrativi: diventarono l’infrastruttura con cui i farmaci venivano studiati e autorizzati.

Questo processo migliorò enormemente il rigore. Ma modificò anche l’oggetto che pretendeva di misurare.

Se un trial richiede una popolazione omogenea, la diagnosi deve diventare una soglia. Se l’efficacia deve essere dimostrata in poche settimane, si privilegiano esiti rapidamente misurabili. Se il punteggio totale è l’endpoint, sintomi clinicamente diversi vengono sommati. Se i pazienti complessi sono esclusi per ridurre il rumore, l’evidenza nasce su persone diverse da quelle che incontriamo nei servizi.

La psicofarmacologia ha reso la psichiatria più misurabile. Non sempre l’ha resa automaticamente più vera.

Dagli anni Ottanta: più tollerabilità, più mercato, meno rivoluzioni

La fase successiva non produce un’altra esplosione paragonabile agli anni Cinquanta. Produce soprattutto raffinamento, espansione e commercializzazione.

Gli SSRI, con fluoxetina come simbolo culturale dopo l’approvazione statunitense del 1987, non furono necessariamente antidepressivi più potenti dei triciclici. Furono, in molti contesti, più maneggevoli, meno cardiotossici in overdose e privi di molti effetti anticolinergici. Questo cambiò la prescrivibilità della depressione molto più di quanto cambiò la dimensione media dell’effetto.

Gli antipsicotici cosiddetti “atipici” promisero efficacia con meno sintomi extrapiramidali. Clozapina mostrò una superiorità specifica nella schizofrenia resistente, confermata dal fondamentale trial di Kane del 1988, ma richiedeva monitoraggio ematologico per il rischio di agranulocitosi. Risperidone, olanzapina, quetiapina e altri farmaci ampliarono le opzioni, riducendo alcuni problemi e introducendone altri: aumento di peso, dislipidemia, diabete, sedazione, effetti cardiovascolari.

Valproato, carbamazepina e lamotrigina entrarono nella terapia dei disturbi dell’umore partendo dalla neurologia. Gli stimolanti furono riconsiderati e studiati sistematicamente nell’ADHD. Gli agonisti parziali dopaminergici modificarono il modo di pensare il blocco D2. Le formulazioni long-acting provarono a separare il problema farmacodinamico dal problema dell’assunzione quotidiana.

Il numero delle molecole cresceva. Cresceva meno il numero dei meccanismi veramente nuovi.

Molti farmaci arrivavano sul mercato come variazioni di famiglie esistenti: più selettivi, più lunghi, più brevi, con profili recettoriali diversi, con formulazioni nuove. Miglioramenti spesso importanti per il singolo paziente, ma raramente rivoluzioni concettuali.

Nel frattempo l’industria farmaceutica diventava un attore centrale nella produzione dell’evidenza, nella definizione dei mercati diagnostici e nella comunicazione. Senza industria non avremmo gran parte degli studi registrativi e delle molecole disponibili. Con un’evidenza troppo dipendente dall’industria otteniamo però bias di pubblicazione, comparatori deboli, endpoint favorevoli, estensioni di indicazione e una tendenza strutturale a studiare meglio l’inizio di una terapia che la sua sospensione.

La psicofarmacologia non è corrotta perché esiste il mercato. Diventa scientificamente ingenua quando dimentica che il mercato influenza quali domande vengono finanziate.

I nomi dei farmaci raccontano una bugia utile

Antidepressivo. Antipsicotico. Stabilizzatore dell’umore. Ansiolitico.

Sono parole comode e clinicamente fuorvianti.

Un “antidepressivo” può essere usato nel disturbo ossessivo-compulsivo, nel panico, nel dolore neuropatico, nell’emicrania o nel disturbo post-traumatico. Un “antipsicotico” può essere prescritto nella mania, nella depressione resistente, nell’agitazione o nella nausea. Un anticonvulsivante può diventare un trattamento di mantenimento del disturbo bipolare. Una benzodiazepina non tratta una diagnosi: modula il recettore GABA-A producendo effetti ansiolitici, sedativi, anticonvulsivanti, miorilassanti e amnesici in proporzioni dipendenti dalla molecola e dalla dose.

Il nome basato sull’indicazione fa credere che il farmaco sappia quale diagnosi stia trattando. Non lo sa.

Per questo il progetto internazionale Neuroscience-based Nomenclature propone di descrivere gli psicofarmaci in base al dominio farmacologico e al meccanismo d’azione, aggiungendo indicazioni, efficacia, effetti avversi e note pratiche. Non risolve l’incertezza, ma costringe a parlare in modo meno magico.

Dire “antidepressivo serotoninergico” è già meglio che dire soltanto “antidepressivo”. Dire “inibitore del trasportatore della serotonina” è ancora più preciso. Sapere che quell’inibizione è immediata mentre l’effetto clinico richiede spesso tempo ci impedisce di confondere il primo bersaglio molecolare con l’intero meccanismo terapeutico.

Gli psicofarmaci funzionano? La domanda è formulata male

La discussione pubblica sugli psicofarmaci oscilla fra due caricature.

Da una parte: correggono squilibri chimici e curano malattie del cervello come l’insulina cura il diabete. Dall’altra: non funzionano, sedano, producono dipendenza e servono soltanto a controllare il comportamento.

La realtà è meno elegante e molto più clinica.

Le grandi meta-analisi mostrano che gli antidepressivi, in media, sono superiori al placebo nel trattamento acuto della depressione maggiore adulta. Mostrano anche differenze di efficacia e accettabilità fra molecole e un effetto medio che non predice la risposta del singolo. Le network meta-analysis sugli antipsicotici mostrano efficacia sui sintomi della schizofrenia, ma anche differenze marcate in sedazione, sintomi extrapiramidali, prolattina, peso e parametri metabolici.

Il litio riduce il rischio di recidiva in molti pazienti con disturbo bipolare. Clozapina resta il riferimento nella schizofrenia resistente e possiede dati specifici sulla riduzione del comportamento suicidario. Gli stimolanti hanno effetti robusti sui sintomi nucleari dell’ADHD. Le benzodiazepine sono potenti ansiolitici e anticonvulsivanti, ma il loro valore cambia radicalmente con durata, dose, vulnerabilità alla dipendenza e obiettivo clinico.

Quindi sì: gli psicofarmaci possono funzionare. Ma “funzionare” non è una proprietà assoluta della molecola.

Funzionano per quale esito? Su quale sintomo? In quale fase di malattia? Per quanto tempo? Rispetto a cosa? Con quale costo somatico, cognitivo, sessuale ed emotivo? In una persona che li assume davvero o in una che interrompe dopo tre giorni? Come monoterapia o dentro una combinazione che rende impossibile attribuire l’effetto?

La psicofarmacologia seria comincia quando la domanda smette di essere “questo farmaco funziona?” e diventa “per chi, per cosa, a quale dose, in quale tempo e con quale prezzo?”.

Prescrivere è costruire un esperimento clinico su una persona reale

Una prescrizione ben fatta contiene un’ipotesi.

Questo è il bersaglio. Questa è la molecola scelta. Questa è la dose iniziale. Questo è il tempo minimo per giudicare l’effetto. Questi sono gli eventi avversi che cercheremo attivamente. Questo è il criterio con cui decideremo di aumentare, mantenere, cambiare o sospendere.

Senza questi elementi, la terapia tende ad accumularsi.

Un farmaco viene introdotto durante una crisi. Un secondo corregge il sonno. Un terzo riduce un effetto avverso del primo. Un quarto viene aggiunto in un ricovero. Passano gli anni, cambia il medico e resta la ricetta. A quel punto nessuno sa più quale molecola stia facendo cosa. La terapia non è stata progettata: è sedimentata.

La polifarmacoterapia non è sempre irrazionale. Disturbi complessi, comorbilità, risposte parziali e fasi diverse possono richiedere combinazioni. Ma ogni combinazione aumenta il numero delle interazioni farmacocinetiche e farmacodinamiche, riduce la leggibilità del caso e moltiplica le possibilità che un effetto avverso venga scambiato per un nuovo sintomo.

Acatisia interpretata come ansia. Appiattimento affettivo interpretato come depressione. Sedazione interpretata come sintomo negativo. Disfunzione sessuale non chiesta. Aumento di peso trattato come mancanza di volontà. Insonnia da attivazione corretta con un ipnotico invece di rivedere l’antidepressivo.

La psicofarmacologia non è aggiungere molecole finché il quadro tace. È mantenere leggibile il rapporto fra intervento ed effetto.

Il presente più avanzato non è il test genetico: è una clinica farmacologica fatta bene

La promessa della psichiatria di precisione è seducente: un biomarcatore, un profilo genetico, una scansione o un algoritmo diranno quale farmaco funzionerà prima di prescriverlo.

Non siamo ancora lì.

La farmacogenetica ha utilità concreta in situazioni specifiche, soprattutto quando varianti enzimatiche influenzano l’esposizione a determinate molecole o quando esistono associazioni robuste con reazioni avverse. Ma i pannelli commerciali che trasformano molti farmaci in semafori verdi, gialli e rossi tendono a promettere più di quanto possano mantenere sulla risposta clinica complessiva. Le revisioni disponibili mostrano risultati eterogenei, dipendenti dal test, dal disegno e dalla popolazione.

La risposta a uno psicofarmaco non è determinata soltanto dal genotipo. Dipende da diagnosi, fenotipo, gravità, comorbilità, funzione epatica e renale, età, sesso, fumo, dieta, infiammazione, altri farmaci, aderenza, esposizione precedente, aspettative e contesto.

Paradossalmente, una parte della vera psicofarmacologia personalizzata esiste già ed è poco glamour.

Si chiama anamnesi farmacologica accurata. Si chiama misurare pressione, peso, circonferenza vita, glicemia, lipidi, ECG quando indicato. Si chiama conoscere CYP1A2, CYP2D6 e CYP2C19 senza credere che spieghino tutto. Si chiama considerare che il fumo può ridurre le concentrazioni di clozapina e olanzapina attraverso l’induzione del CYP1A2 e che smettere improvvisamente di fumare può farle salire. Si chiama chiedere che cosa il paziente assuma davvero, inclusi alcol, cannabis, integratori e farmaci da banco.

Si chiama Therapeutic Drug Monitoring.

Le linee guida AGNP, aggiornate anche nel 2026, descrivono il dosaggio e l’interpretazione delle concentrazioni plasmatiche come uno strumento consolidato per individualizzare la terapia. È particolarmente utile in caso di mancata risposta a dosi apparentemente adeguate, tollerabilità inattesa, sospetta non aderenza, interazioni, popolazioni speciali o farmacocinetica anomala.

Un livello plasmatico non prescrive al posto del medico. Ma può dirgli che la domanda che sta facendo alla molecola è farmacologicamente impossibile.

Farmacocinetica e farmacodinamica: ciò che il cervello fa non basta

La farmacodinamica studia ciò che il farmaco fa all’organismo: bersagli, occupazione recettoriale, agonismo, antagonismo, modulazione allosterica, effetti a valle. La farmacocinetica studia ciò che l’organismo fa al farmaco: assorbimento, distribuzione, metabolismo ed eliminazione.

Nella pratica clinica le due cose sono inseparabili.

Una molecola può avere il profilo recettoriale perfetto e non funzionare perché non viene assunta, non viene assorbita, viene metabolizzata troppo rapidamente o non raggiunge una concentrazione sufficiente. Può diventare tossica perché una malattia, un’interazione o una variazione dello stile di vita ne riduce la clearance. Può produrre sintomi da sospensione non perché la malattia sia ricomparsa, ma perché la riduzione è stata troppo rapida rispetto all’adattamento neurobiologico.

Emivita, steady state, metaboliti attivi, linearità o non linearità della cinetica, legame proteico e via di eliminazione non sono dettagli da foglietto illustrativo. Sono ciò che distingue una dose scritta da una dose realmente ricevuta dal cervello.

E poi c’è il tempo.

Molti effetti recettoriali iniziano in ore, mentre gli esiti clinici possono richiedere giorni o settimane. Alcuni eventi avversi compaiono prima del beneficio. Altri, come alterazioni metaboliche o discinesia tardiva, possono emergere dopo mesi o anni. La sospensione può rivelare dipendenza fisica, ricaduta, rebound o tutti e tre insieme.

La psicofarmacologia è quindi anche scienza delle traiettorie. Una fotografia a quattro settimane non racconta una terapia cronica.

Il nuovo presente: glutammato, neurosteroidi e recettori muscarinici

Dopo decenni dominati da variazioni su monoamine e dopamina, negli ultimi anni sono emerse innovazioni che meritano davvero questo nome.

La ketamina ha mostrato che un effetto antidepressivo può comparire in ore e coinvolgere la trasmissione glutammatergica e processi di plasticità sinaptica. Il piccolo trial controllato pubblicato da Berman e colleghi nel 2000 è diventato l’inizio di un cambio di paradigma. L’esketamina intranasale è stata successivamente autorizzata per forme di depressione resistente in specifici contesti regolatori e con procedure di monitoraggio.

Questo non significa che la ketamina abbia risolto la depressione resistente. La durata dell’effetto, la strategia di mantenimento, la dissociazione, il potenziale d’abuso, i costi e la distanza fra ketamina racemica ed esketamina restano questioni aperte. Ma ha demolito l’idea che ogni antidepressivo debba necessariamente passare dalle monoamine e richiedere settimane per produrre un segnale clinico.

I neurosteroidi hanno aperto un’altra via. Brexanolone e zuranolone modulano positivamente i recettori GABA-A in modo diverso dalle benzodiazepine. Nel 2023 la FDA ha approvato zuranolone come primo trattamento orale specificamente indicato per la depressione postpartum, in un ciclo di 14 giorni. Anche qui, l’importanza non è soltanto commerciale: mostra che una farmacologia legata alle transizioni neuroendocrine può produrre trattamenti costruiti attorno a una finestra clinica specifica.

Nel 2024 l’approvazione statunitense della combinazione xanomelina-trospio per la schizofrenia ha segnato il primo nuovo approccio antipsicotico da decenni non fondato direttamente sul blocco dei recettori dopaminergici. Xanomelina agisce su recettori muscarinici; trospio limita parte degli effetti colinergici periferici. Non sappiamo ancora quale sarà il suo posto nella pratica a lungo termine, ma il valore concettuale è evidente: l’effetto antipsicotico non è obbligato a passare dal D2.

Queste innovazioni non cancellano i vecchi farmaci. Li relativizzano. Ricordano che le categorie storiche erano piattaforme provvisorie, non leggi della natura.

Psichedelici: il farmaco non finisce più al confine della molecola

Il ritorno della ricerca su psilocibina, LSD e MDMA ha introdotto un problema metodologico e filosofico ancora più radicale.

In questi trattamenti l’effetto acuto soggettivo, il setting, le aspettative, la preparazione e l’integrazione possono essere parte del risultato. Diventa difficile separare l’azione farmacologica dall’esperienza prodotta e dal contesto terapeutico. La cecità nei trial è fragile, perché paziente e terapeuta spesso comprendono quale trattamento sia stato somministrato.

La FDA ha pubblicato nel 2023 una bozza di guida specifica per lo sviluppo clinico degli psichedelici proprio perché i normali disegni farmacologici incontrano qui difficoltà particolari.

L’entusiasmo è comprensibile. I segnali di efficacia in alcune condizioni sono scientificamente interessanti. Ma interesse non significa approvazione, e approvazione non significa applicabilità indiscriminata. Se la psicofarmacologia vuole evitare di ripetere i propri cicli storici, deve resistere sia alla demonizzazione sia alla trasformazione di risultati preliminari in mitologia terapeutica.

Gli psichedelici ricordano qualcosa che la prescrizione convenzionale aveva cercato di dimenticare: il significato dell’esperienza può modificare l’effetto della molecola.

La precisione che promettiamo e l’eterogeneità che curiamo

La grande difficoltà del presente non è che non abbiamo psicofarmaci. È che non sappiamo ancora abbinare con sufficiente precisione il trattamento giusto alla persona giusta.

Le diagnosi psichiatriche sono sindromi. Due persone possono soddisfare i criteri per depressione maggiore condividendo pochi sintomi, avere traiettorie biologiche e biografiche diverse e rispondere a interventi differenti. Lo stesso vale per schizofrenia, disturbo bipolare, PTSD e molti disturbi d’ansia.

I trial riducono questa complessità a una media. La media è indispensabile per sapere se un trattamento possiede un segnale. Ma non dice chi si trovi ai due estremi della distribuzione: il responder eccezionale e la persona che ottiene soltanto eventi avversi.

Genomica, proteomica, metabolomica, neuroimaging, fenotipizzazione digitale e machine learning cercano di stratificare questa eterogeneità. È una direzione necessaria. Tuttavia non disponiamo ancora, per i principali disturbi psichiatrici, di un biomarcatore clinico capace di scegliere routinariamente una molecola con l’affidabilità che immaginiamo quando parliamo di medicina di precisione.

Il fallimento di molti programmi di sviluppo non dipende soltanto da molecole sbagliate. Dipende da modelli animali che non riproducono la complessità umana, target che cambiano fra specie e tipi cellulari, popolazioni diagnostiche eterogenee, placebo crescente, scale rumorose, trial troppo brevi e selezione di pazienti lontani dalla pratica reale.

La precisione del futuro richiederà probabilmente biomarcatori multimodali. La precisione del presente richiede una fenomenologia migliore.

Prima di chiedere a un algoritmo quale farmaco usare, dobbiamo essere capaci di descrivere bene il paziente a cui lo stiamo dando.

La psicofarmacologia italiana è anche regolazione, accesso e disuguaglianza

In Italia, come ovunque, la disponibilità teorica di una molecola non coincide con il suo accesso clinico.

Esistono autorizzazioni europee, schede tecniche, rimborsabilità AIFA, piani terapeutici, registri, distribuzione ospedaliera, ricette limitative, norme sulle sostanze controllate e differenze regionali. Esistono usi off-label legittimi, purché sostenuti da razionale, evidenza, consenso e quadro normativo. Esistono molecole disponibili sulla carta e quasi irraggiungibili nella pratica.

La prescrizione di clozapina dipende anche dalla capacità del servizio di organizzare monitoraggi. Il trattamento dell’ADHD adulto dipende da percorsi diagnostici e prescrittivi che possono cambiare radicalmente da territorio a territorio. L’esketamina richiede strutture, tempi e osservazione. Il litio richiede laboratori, educazione e continuità. Una formulazione long-acting richiede che qualcuno la somministri e segua il paziente.

La psicofarmacologia reale è quindi anche logistica.

Un farmaco eccellente dentro un servizio incapace di monitorarlo può diventare una cattiva terapia. Un farmaco vecchio, economico e ben gestito può produrre più salute di una molecola innovativa inaccessibile. La lista dei medicinali essenziali dell’OMS continua a includere molecole storiche come litio, clozapina, aloperidolo, fluoxetina e amitriptilina perché innovazione e valore clinico non sono sinonimi.

La qualità della psicofarmacologia di un Paese non si misura dal numero di nuove molecole autorizzate. Si misura dalla capacità di far arrivare il trattamento appropriato, con monitoraggio appropriato, alla persona che ne ha bisogno.

Deprescrivere fa parte della psicofarmacologia

Per molto tempo la disciplina si è occupata soprattutto di iniziare farmaci: indicazioni, titolazione, associazioni, switch.

Ma ogni terapia iniziata contiene una futura decisione di continuazione o sospensione.

Deprescrivere non significa essere contro i farmaci. Significa verificare se l’indicazione esista ancora, se il beneficio persista, se gli eventi avversi siano diventati prevalenti, se la dose sia ancora necessaria e se la persona desideri continuare.

La sospensione è un intervento farmacologico, non l’assenza di un intervento. Deve considerare emivita, occupazione recettoriale, adattamenti neurobiologici, durata d’uso, vulnerabilità alla ricaduta e sintomi da withdrawal. Una riduzione troppo rapida può produrre insonnia, ansia, sintomi somatici, alterazioni percettive o rimbalzo e può essere scambiata per ritorno inevitabile del disturbo.

Allo stesso modo, una sospensione ideologica può essere pericolosa quanto una prescrizione automatica.

La buona psicofarmacologia non si riconosce dal numero basso o alto di farmaci. Si riconosce dal fatto che ogni molecola abbia un motivo per esserci e un piano per non esserci più, se quel motivo scompare.

Il farmaco è biologico, la prescrizione è relazionale

Una compressa contiene una quantità misurabile di principio attivo. Ma il suo significato non è misurabile nello stesso modo.

Per un paziente può rappresentare una cura, una dipendenza, una colpa, una protezione, una conferma di essere malato, un sollievo, un controllo imposto, una possibilità di tornare a lavorare. Per il medico può essere un intervento ragionato, una risposta all’urgenza, una difesa dal rischio, un modo per non sentirsi impotente.

Questi significati influenzano aderenza, aspettative, percezione degli eventi avversi e alleanza terapeutica. Non annullano la farmacologia. La attraversano.

Spiegare un trattamento non significa recitare il meccanismo d’azione. Significa chiarire obiettivo, alternative, probabilità, incertezze, rischi, monitoraggio e possibilità di sospensione. Significa chiedere quale esito conti per quella persona. Dormire? Non sentire voci? Ridurre gli attacchi di panico? Restare sveglia durante il giorno? Recuperare sessualità? Non ricadere? Lavorare?

Un miglioramento di sei punti su una scala può essere statisticamente significativo e clinicamente irrilevante per ciò che il paziente considera vita.

La decisione condivisa non è un ornamento etico aggiunto alla prescrizione. È parte della sua efficacia nel mondo reale.

Che cosa è, allora, la psicofarmacologia oggi?

È lo studio scientifico degli effetti delle sostanze sul cervello, sul comportamento e sull’esperienza mentale.

È farmacodinamica: recettori, trasportatori, enzimi, canali ionici, segnalazione intracellulare, espressione genica, plasticità e circuiti.

È farmacocinetica: assorbimento, biodisponibilità, distribuzione, metabolismo, emivita, steady state, interazioni ed eliminazione.

È metodologia clinica: trial randomizzati, studi pragmatici, meta-analisi, farmacovigilanza, real-world evidence e valutazione degli esiti a lungo termine.

È medicina personalizzata, quando usa storia clinica, monitoraggio, concentrazioni plasmatiche e, dove davvero informativa, farmacogenetica.

È regolazione: autorizzazioni, appropriatezza, off-label, rimborsabilità, accesso e sicurezza.

È etica: consenso, proporzionalità, conflitti d’interesse, equità, deprescrizione e rispetto della soggettività.

Ed è soprattutto una disciplina dell’incertezza.

La psicofarmacologia migliore non promette che una molecola correggerà una persona. Costruisce un’ipotesi, misura ciò che accade, riconosce i limiti, corregge la rotta e mantiene il trattamento subordinato alla vita che dovrebbe migliorare.

La sua storia comincia con farmaci scoperti prima delle teorie che avrebbero dovuto spiegarli. Il suo presente è pieno di teorie più sofisticate, tecnologie immense e ancora pochi strumenti capaci di prevedere la risposta individuale. Il suo futuro dipenderà da biomarcatori, nuovi target e migliori trial.

Ma dipenderà anche da qualcosa di molto meno spettacolare: medici capaci di prescrivere con precisione, spiegare con onestà, monitorare con disciplina e togliere con la stessa cura con cui hanno aggiunto.

Perché la psicofarmacologia non è il potere dei farmaci sulla mente.

È il tentativo, sempre incompleto, di usare quel potere senza smettere di vedere la persona.

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