Parte IV · Psicosi e antipsicotici · Capitolo 13
Basi neurobiologiche della psicosi
Tre domini di sintomi, e i farmaci ne coprono uno solo. Dall'ipotesi dopaminergica al modello unificato: il glutammato a monte, la dopamina a valle.
1Che cosa chiamiamo «psicosi»
Il termine è ampio e va disaggregato subito, perché farmaci diversi agiscono su domini diversi — e questo spiega perché la terapia funzioni benissimo su alcune cose e quasi per nulla su altre.
- Sintomi positivi. Deliri, allucinazioni, disorganizzazione. Sono aggiunte all’esperienza normale. Rispondono bene ai farmaci.
- Sintomi negativi. Appiattimento affettivo, avolizione, anedonia, ritiro sociale, povertà del linguaggio. Sono sottrazioni. Rispondono poco o nulla.
- Sintomi cognitivi. Deficit di memoria di lavoro, attenzione, funzioni esecutive. Sono i migliori predittori dell’esito funzionale a lungo termine — e sono quelli su cui la farmacologia ha finora sostanzialmente fallito.
Vale la pena essere espliciti: gli antipsicotici sono farmaci per i sintomi positivi. Il gap fra ciò che sappiamo trattare e ciò che determina davvero la vita del paziente è, ad oggi, il più grande problema irrisolto di questa area della psichiatria.
2L’ipotesi dopaminergica, e i suoi guai
Nel capitolo 4 abbiamo visto la formulazione attuale: il difetto principale non sta nel recettore, ma a monte, nella sintesi e nel rilascio presinaptico di dopamina nello striato. È il dato più robusto e replicato dell’intero campo, confermato da studi di neuroimaging 1.
Ma questa ipotesi, da sola, lascia tre domande senza risposta, ed è intellettualmente onesto elencarle.
Primo: se il problema fosse solo la dopamina, perché i sintomi negativi e cognitivi non migliorano bloccandola? Secondo: perché sostanze che non toccano la dopamina — come la ketamina o la fenciclidina, antagonisti NMDA — producono nel soggetto sano un quadro che assomiglia alla schizofrenia in modo impressionante, compresi i sintomi negativi e cognitivi che gli stimolanti dopaminergici non riproducono? Terzo: perché circa un terzo dei pazienti non risponde al blocco D2, per quanto lo si spinga?
La risposta a tutte e tre viene dallo stesso posto: la dopamina non è il primo anello della catena.
3Il modello unificato: il glutammato a monte
L’osservazione di partenza è quella degli antagonisti NMDA 2. Il meccanismo, quando lo si segue, è lo stesso che abbiamo già incontrato parlando della ketamina nel capitolo 12 — e questo è un punto che vale la pena assaporare, perché mostra che la stessa via può produrre effetti opposti a seconda del contesto e della durata.
I recettori NMDA sono particolarmente densi sugli interneuroni inibitori GABAergici. Se funzionano male (ipofunzione NMDA), quegli interneuroni smettono di frenare i neuroni piramidali eccitatori. Ne segue una disinibizione glutammatergica corticale. E quel glutammato in eccesso, proiettando verso il basso, disregola i neuroni dopaminergici del mesencefalo — aumentandone il rilascio nella via mesolimbica (sintomi positivi) e riducendolo in quella mesocorticale (sintomi negativi e cognitivi).
Non è solo eleganza teorica. Il modello spiega in un colpo solo: (1) perché il blocco D2 funziona sui sintomi positivi — sta tappando la falla dove si manifesta; (2) perché non funziona sui negativi e cognitivi — quelli dipendono da un difetto dopaminergico corticale, che bloccare i D2 semmai peggiora; (3) perché gli antagonisti NMDA riproducono tutti e tre i domini nel soggetto sano; (4) perché servono farmaci che agiscano più a monte — come gli agonisti muscarinici M1/M4 visti nel capitolo 8, che modulano la dopamina indirettamente e sono il primo meccanismo davvero nuovo da decenni.
4Da dove viene: geni, ambiente, e il loro incontro
La schizofrenia è altamente ereditabile ma non genetica in senso mendeliano: non esiste «il gene della schizofrenia». Il rischio è poligenico — migliaia di varianti comuni, ciascuna con effetto minuscolo, più rare varianti a effetto maggiore. E quel rischio genetico non produce la malattia da solo: interagisce con l’ambiente 3.
| Fattore | Natura dell’evidenza | Nota |
|---|---|---|
| Familiarità / rischio poligenico | Studi su gemelli e GWAS | Ereditabilità elevata, ma distribuita su migliaia di varianti |
| Cannabis | Associazione dose-dipendente; rischio maggiore con uso precoce e prodotti ad alta potenza 4 | La causalità è dibattuta ma il segnale è robusto e biologicamente plausibile (sistema CB1, capitolo 8) |
| Complicanze ostetriche | Studi di coorte | Ipossia perinatale, infezioni materne |
| Urbanicità e migrazione | Studi epidemiologici replicati | Suggeriscono un ruolo di stress sociale cronico e discriminazione — non è un dato «psicologico soft», è epidemiologia solida |
| Avversità infantili | Meta-analisi di studi osservazionali | Abuso, trascuratezza, bullismo |
Il quadro che ne emerge è quello di una vulnerabilità dello sviluppo che matura nel tempo e si manifesta tipicamente in tarda adolescenza — quando la corteccia prefrontale completa la sua maturazione e viene messa sotto carico dalle richieste della vita adulta.
5Il tempo conta: la durata di psicosi non trattata
C’è un dato clinico che non riguarda i recettori ma che pesa più di molti dettagli farmacologici: più a lungo una psicosi resta non trattata, peggiore tende a essere l’esito — in termini di risposta ai farmaci, di gravità dei sintomi residui e di funzionamento sociale 5.
Va detto con la cautela che merita: l’associazione è consistente ma osservazionale, e non dimostra da sola che il ritardo causi il danno (potrebbe essere che le forme più insidiose e a esordio subdolo siano sia quelle diagnosticate tardi sia quelle a prognosi peggiore). Ma la direzione è chiara e le implicazioni operative sono difficilmente contestabili: i servizi per l’intervento precoce hanno una ragion d’essere solida, e ogni mese di ritardo diagnostico è un costo.
Prima dei sintomi conclamati c’è quasi sempre una fase prodromica di mesi o anni: ritiro sociale progressivo, calo del rendimento, stranezze ideative sfumate, ansia, insonnia, sospettosità. Vengono regolarmente scambiati per «crisi adolescenziale», depressione o consumo di sostanze. Riconoscere quella fase — senza patologizzarla, perché la maggior parte di chi la attraversa non svilupperà una psicosi — è una delle competenze cliniche più difficili e più preziose della psichiatria.
6Punti chiave
- La psicosi ha tre domini: positivo, negativo, cognitivo. Gli antipsicotici sono efficaci solo sul primo.
- L’ipotesi dopaminergica attuale colloca il difetto nella sintesi/rilascio presinaptico striatale — è il dato più replicato del campo.
- Ma la dopamina non è il primo anello: a monte c’è probabilmente un’ipofunzione NMDA sugli interneuroni inibitori, con disinibizione glutammatergica.
- Questo modello spiega perché il blocco D2 tamponi i sintomi positivi senza toccare gli altri due domini — e perché servano farmaci che agiscano più a monte.
- Il rischio è poligenico e ambientale insieme: cannabis (dose-dipendente), complicanze ostetriche, urbanicità, avversità infantili.
- La durata di psicosi non trattata si associa a esito peggiore: l’intervento precoce non è una moda organizzativa, è una scelta con basi empiriche.
Bibliografia
- Howes OD, Kapur S. The dopamine hypothesis of schizophrenia: version III — the final common pathway. Schizophr Bull. 2009;35(3):549–562.
- Olney JW, Farber NB. Glutamate receptor dysfunction and schizophrenia. Arch Gen Psychiatry. 1995;52(12):998–1007.
- Howes OD, McCutcheon R, Owen MJ, Murray RM. The role of genes, stress, and dopamine in the development of schizophrenia. Biol Psychiatry. 2017;81(1):9–20.
- Marconi A, Di Forti M, Lewis CM, Murray RM, Vassos E. Meta-analysis of the association between the level of cannabis use and risk of psychosis. Schizophr Bull. 2016;42(5):1262–1269.
- Penttilä M, Jääskeläinen E, Hirvonen N, Isohanni M, Miettunen J. Duration of untreated psychosis as predictor of long-term outcome in schizophrenia: systematic review and meta-analysis. Br J Psychiatry. 2014;205(2):88–94.
- Kandel ER, Koester JD, Mack SH, Siegelbaum SA, curatori. Principles of Neural Science. 6ª ed. New York: McGraw-Hill; 2021.
Capitolo precedente · ← Nuovi meccanismi nella depressione · Capitolo successivo · Antipsicotici di prima e seconda generazione →